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La vita, tra dono e mistero

La vita, tra dono e mistero


Centralità dell'uomo e della donna, altruismo, rispetto dell'ambiente, maternità. Una riflessione a tutto campo sul complesso mosaico della vita, letto attraverso gli insegnamenti della Chiesa.

di Anna Maria Zampieri Pan

 

Se il sole muore che ne sarà della terra? Il sole feconda, illumina, riscalda. La terra accoglie, custodisce, produce. In uno scambio continuo, in un lavoro di cooperazione. Dei due, nessuno è più importante dell’altro: sono reciprocamente indispensabili. Per legge di natura. E se la natura dovesse sbagliare, sarebbe il caos. Detto così, semplicemente, senza ricorrere ai ben più probanti ma difficili linguaggi della scienza, della filosofia e della teologia, se ne ricava una similitudine. Il sole è maschile, la terra è femminile. Può il sole raggomitolarsi in se stesso esaurendo la sua energia senza espanderla? E dove troverebbe la terra l’humus per non diventare sterile? La natura, a saperla ascoltare, osservare e amare, si manifesta in modo essenziale e diretto. Gli sconvolgimenti cui spesso assistiamo non sono altro che la sua ribellione ai nostri interventi sbagliati. D’accordo, non è facile, sembra anzi sempre più difficile vivere in armonia con la natura. Quella intorno a noi e quella dentro di noi.
Nonostante i grandi progressi scientifici, nonostante le affascinanti teorie e le strabilianti scoperte, l’uomo – questa creatura cui è stata affidata la terra come parte dell’universo – è spesso messo alle corde da problemi e situazioni più grandi di lui. Il problema principale è forse quello del limite, che non significa arrendersi, fermando i propri passi sulle infinite vie della ricerca e della conoscenza, ma vuol dire rispetto di valori fondamentali. Primo fra tutti il valore della vita: il mistero della vita. Nella libertà e nella responsabilità.
Ritornano opportune queste riflessioni in coincidenza con la Giornata della vita che si celebra all’inizio del mese di febbraio. Pensieri che peraltro ci dovrebbero accompagnare sempre. Ascoltiamo innanzitutto la voce di Papa Benedetto XVI quando ci richiama a tenere conto dell’ «affermazione che ci viene incontro dall’inizio del racconto della creazione: vi si parla dello Spirito creatore che aleggia sulle acque, crea il mondo e continuamente lo rinnova... Il dato che la materia porta in sé una struttura matematica, è piena di spirito, è il fondamento sul quale poggiano le moderne scienze della natura. Solo perché la materia è strutturata in modo intelligente, il nostro spirito è in grado di interpretarla e di attivamente rimodellarla... Nella fede circa la creazione sta il fondamento ultimo della nostra responsabilità verso la terra. Essa non è semplicemente nostra proprietà che possiamo sfruttare secondo i nostri interessi e desideri. È piuttosto dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, e con ciò ci ha dato i segnali orientativi a cui attenerci come amministratori della sua creazione... Lo Spirito che li ha plasmati, è più che matematica: è il Bene in persona che, mediante il linguaggio della creazione, ci indica la strada della vita retta». Come i suoi predecessori, il Papa non si stanca di affermare che la legge naturale costituisce il denominatore comune a tutti gli uomini.
Tutti insieme, perciò, uomini e donne, credenti e laici, nel reciproco rispetto, nella comune condizione di creature umane in possesso di pari dignità – indipendentemente da caratteristichefisiche e da limiti che ci dividono anziché unirci per conseguire insieme gioia e serenità – dovremmo difendere il nostro pianeta (terra, acqua, aria) come doni comuni. Ma dovremmo anche difenderci e proteggerci dalla distruzione di noi stessi. Si parla in questo caso di estendere il concetto e l’attività ecologica anche all’uomo. Un’ecologiadell’uomo necessaria affinché sia rispettato l’ordine del creato. «Non è una metafisica superata se la Chiesa parla della natura dell’essere umano come uomo e donna, e chiede che quest’ordine della creazione venga rispettato». Ascoltiamo e riflettiamo, possibilmente senza lasciarci troppo turbare dalle molte voci polemiche e da attacchi critici spesso rabbiosi. «Ciò che spesso viene espresso e inteso con il termine “gender”, si risolve in definitiva nell’autoemancipazione dell’uomo dal creato e dal creatore. L’uomo vuole farsi da solo, e disporre sempre ed esclusivamente da solo di ciò che lo riguarda. Ma in questo modo vive contro la verità, vive contro lo spirito creatore».
E ancora, a proposito del concetto di sacralità del matrimonio, oggi messo in crisi da forme alternative di unione tra persone dello stesso sesso (sia pure, ma non lo si definisca matrimonio!) ci viene offerta un’altra riflessione: «Le foreste tropicali meritano, sì, la nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo come creatura, nella quale è iscritto un messaggio che non significa contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione. Grandi teologi della Scolastica hanno qualificato il matrimonio, cioè il legame per tutta la vita tra uomo e donna, come sacramento della creazione, che lo stesso creatore ha istituito e che Cristo – senza modificare il messaggio della creazione – ha poi accolto nella storia della salvezza come sacramento della nuova alleanza. Partendo da questa prospettiva occorrerebbe rileggere l’enciclica Humanae vitae: l’intenzione di Papa Paolo VI era di difendere l’amore contro la sessualità come consumo, il futuro contro la pretesa esclusiva del presente, e la natura dell’uomo contro la sua manipolazione».
«Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza: maschio e femmina lo creò». Il libro della Genesi ci indica che fin dall’inizio fummo creati in unità, finalizzata al completamento, alla complementarietà, al reciproco e solidale aiuto. Nessuno è superiore, e nessuno è inferiore, siamo pari portando lo stesso valore, e possedendo la stessa dignità umana seppure nella differenza fisiologica e nella diversa destinazione dei ruoli: fondamentali quelli della riproduzione della prole («crescete e moltiplicatevi»), adattabili alle singole realtà in movimento e, perciò, mutevoli nel tempo quelli secondari, tuttavia importanti per la gestione del mondo che ci è stato affidato fin dall’inizio dei tempi («possedete la terra»). Una visione ideale, un progetto d’amore quello iniziale, che è stato guastato – e basta tuttora guardarci intorno – per il prevalere di egoismi personali: la forza dei muscoli e della voce scambiata per forza morale, la prepotenza scambiata per superiorità, la voglia di potere e di comando scambiata per autorità, una dichiarata supremazia che nulla ha a che fare con la conoscenza, l’intelligenza e il cuore. E l’accondiscendenza – non priva spesso di civetteria – la gentilezza, la premura, la morbidezza dei tratti e della voce, l’abbandono fiducioso e la dedizione d’amore scambiati per debolezza e sottomissione. C’è, tuttavia, da aggiungere che la donna-femmina ha avuto e ha i suoi torti quando in mille modi ha permesso e permette all’uomo-maschio di considerarla facile preda di caccia o mero strumento di piacere e di sfruttamento. O quand’anche – tradendo la sua vera natura – la donna diventa nemica acerrima dell’uomo (pensiamo agli eccessi del movimento femminista con il vecchio slogan «le streghe son tornate»!): un assurdo questo, dal momento che dell’uomo la donna è eternamente madre.
Ecco dunque emergere la vocazione essenziale della creatura femminile: essere madre, madre non solo geneticamente, fisiologicamente, ma madre nel senso più ampio del termine. Madre significa aprirsi, accogliere, custodire, nutrire, donare in continuità, senza mai porvi fine. Dare e donarsi non solo accogliendo, custodendo e partorendo dei figli per poi continuare a dare e a donarsi per la loro educazione e il loro futuro. Ma anche dare e donarsi nel senso più vasto: quante donne nel mondo hanno scelto di dare e donarsi agli altri rinunciando a una propria famiglia, per diventare madri di tanti senza madre e senza famiglia? Pensiamo alle nubili, alle suore, alle missionarie, alle educatrici. Due esempi magnifici sono Madre Cabrini per gli emigrati, e Madre Teresa di Calcutta per gli ultimi. E come loro tante altre, e tanti altri. Grazie a loro il sole non morirà.